GIUBBE ROSSE E' QUELLA COSA ...

QUELLA FAMOSA "TERZA SALETTA"

La sala del Caffè Giubbe Rosse fu rifugio e casa di artisti e letterati negli anni che precedettero la Grande Guerra. Lì nacque "Solaria", la rivista aperta alla cultura europea. L'ambiente e i personaggi di quegli anni in un articolo di Elio Vittorini del 1932. "Non la casa, non ho casa. Non la piazza... Non la campagna... Ma il mio Caffè, ma il mio cantuccio nella terza saletta: Questo è il mio caldo nido, è la mia casa, la mia fortezza. Qui nessun dio mi avvilisce, qui tutto è umano; la luce elettrica e il tepore del termosifone e la brezza del ventilatore e la bellezza dei tavolini rettangolari e tondi" scriveva Italo Tavolato. E Viviani ricorda: "Com'era bella la terza saletta delle Giubbe Rosse, specialmente nei pomeriggi d'autunno o d'inverno! Nei divani lungo le pareti, al centro, sedevano Papini con a fianco Soffici e Palazzeschi; era quasi sempre tacito e sorridente e, d'inverno, raccolto nel suo magnifico pastrano marrone che non si toglieva mai nonostante l'aria surriscaldata dai termosifoni". Il Caffè delle "Giubbe Rosse" fu una vera e propria casa per i letterati e gli artisti che vivevano a Firenze negli anni che precedettero la Grande Guerra.
Spesso le loro abitazioni erano anguste, fredde e tutt'altro che accoglienti, come nel caso di Papini, che scrisse nella celebre terza saletta gran parte del suo libro "Uomo finito". Sarebbe lungo e forse impossibile ricordare tutti coloro che vissero il periodo esaltante della loro giovinezza artistica tra i tavolini del Caffè di Piazza Vittorio.
Per "gli anni incendiari 1913-1915" ci soccorre il libro di Alberto Viviani che traccia vivaci ricordi di Giuseppe Vannicola, Nicola Moscardelli, Arrigo Levasti, Giannotto Bastianelli, Angelo Cecconi (Thomas Neal), Dino Campana (che cercava di vendere copie dei suoi "Canti Orfici" ai clienti del Caffè), Ottone Rosai, Ugo Tommei, Federico Tozzi, Raffaello Franchi, Luciano Folgore, Marino Moretti, Fernando Agnoletti, Mario Novaro (fratello di Angiolo Silvio) con il figlio Cellino, Arturo Reghini, Medardo Rosso, Andrè Gide, Gordon Craig, il giovane Primo Conti, il gruppo dei triestini, Tavolato, Daubler, Slataper."Gennaio del 1915: incominciarono i posti vuoti ai tavolini delle "Giubbe Rosse", e le scacchiere del gioco adama ebbero le loro meritate ferie. Richiami alle armi, partenze volontarie, arruolamenti di leva".
La prima guerra mondiale pose fine alla prima grande stagione del Caffè fiorentino. "Quando cominciarono ad arrivare al Caffè le prime cartoline dal fronte, gli amici rimasti erano pochi ed erano tornati alle "Giubbe Rosse" i clienti di un tempo: gente tranquilla, pensionati "benpensanti"; insomma "panciafichisti" come li definì Luigi Bertelli (Wamba) con un nomignolo che fece fortuna!.
Nel dopoguerra la conversione di Papini, l'abbandono del Soffici, la partenza definitiva di molti dei vecchi amici impedirono la ripresa dello spirito dei vecchi tempi. Le Giubbe Rosse del dopo guerra si popolarono di nuova gente; qualcuno dei vecchi ci tornò, ma il clima era mutato.
Meno eroico e meno "folle", più letterario forse: Palazzeschi, Carrà, Severini, Conti, De Robertis, Rosai; si mutarono anche gli arredi del Caffè e le stesse insegne esterne; apparvero le prime macchine da "espresso", i tavolini nella Piazza aumentarono di numero. La "nuova gente" cui si fa riferimento in questo brano, così viene definita da Piero Jahier: "erano dei perdigiorno che passavano serate e nottate in ciarle inutili. Non dovevano lavorare per vivere. I più erano studenti ma, studenti o no, erano mantenuti dalle famiglie, o da qualche donna o, anche, da qualche uomo".

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