GIUBBE ROSSE E' QUELLA COSA ...
Del fatidico giorno ci parla il pittore e umorista Filiberto Scarpelli: "Sembrava che dalle Giubbe Rosse dovesse partire la rivoluzione intellettuale che avrebbe capovolto il mondo intero. Il caffè era affollato di amici, conoscenti, curiosi, i quali avevano discusso, fumato, bevuto e cenato, in attesa dell'ora dello spettacolo. V'erano anche delle signore.
Ricordo Amalia Guglielminetti, che in quel tempo era ancora fresca e piacente donna, con la Marchesa della Stufa, dinnanzi a un vermiglio piatto di napoletani al pomodoro, appetitosissimi. Poi il caffè rimase vuoto. Tutti dietro al manipolo di ribelli!".
La "Serata Futurista" consistè in due ore di urla e fischi e tiro di uova, pesce, pastasciutta, frutta, ortaggi e lampadine, all'indirizzo di Marinetti, Papini, Boccioni, Carrà, Soffici, Cangiullo, Tavolato e Scarpelli. Anche Palazzeschi e Amalia Guglielminetti, in una barcaccia di proscenio, furono investiti da una raffica di cipolle marcie che rovinarono irrimediabilmente l'elegante vestito della poetessa. Marinetti venne ferito a un occhio da una patata.
Scarpelli al naso da una lampadina: Cangiullo rispose agli attacchi rilanciando i proiettili vegetali sul pubblico, fino a che non intervennero le forze dell'ordine e lo spettacolo ebbe fine senza che nessuno fosse riuscito a far udire una parola dei discorsi che erano stati preparati.
Lasciamo ancora una volta la parola al Viviani, testimone diretto della conclusione della tempestosa, ma eroica serata: "alla fine della serata il teatro Verdi si vuotò come per incanto. Seguiti da amici e simpatizzanti ci incamminammo cantando verso le Giubbe Rosse meta logica e necessaria dopo una serata simile. Anche Amalia Guglielminetti venne con noi. Alle Giubbe Rosse trovammo altri amici, i più cauti e più benpensanti, ad attenderci. Stavano sulle spine perché data l'ora tarda e prevedendo la nostra venuta il Sor'Andrea aveva fatto affrettare i preparativi di chiusura.
Un ondata canora, stravolgente di giovinezza e di entusiasmo si abbattè nelle sale delle Giubbe Rosse quasi sgombre dei clienti abituali. Era logico che tutti noi fossimo eccitati.
In un batter d'occhio i tavolini e le sedie furono occupati e non bastarono, perché i più rimasero in piedi alle pareti.
Cesare, Augusto e Ottavio, i "camerieri imperiali", vennero richiamati proprio all'ultimo momento quando già stanchi stavano per svignarsela, rivestiti con la loro marsina rosso-fiamma e incaricati di recar senza avarizia il migliore champagne della cantina.
Il "Sor'Andrea" colto di sorpresa non potè reagire nè opporsi e si limitò a far serrare le saracinesche per evitare la contravvenzione di non osservanza all'orario di chiusura. Il giocondo vino di Francia dilagò frenetico con la spuma e i tappi lasciati liberi di volare in aria con eccitanti scoppi ammaccarono purtroppo in diversi punti i delicati stucchi bianco-oro del soffitto.
Alle tre della mattina cantavamo ancora in coro le più matte canzoni intramezzandole ogni tanto con grandi evviva al futurismo e a "Lacerba".
Il primo anno di "Lacerba" si chiudeva così tra la più frenetica allegria ma anche molto borghesemente in quella terza sala delle Giubbe Rosse che era stata un pò la nostra casa e la fucina di tutti i nostri sogni e delle nostre passioni".
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